Sabato sarà il C-Day. Marceranno mentre il sindaco digrigna i denti impotente i sostenitori della legalizzazione ed autoproduzione. Un fronte trasversale dalle multiple argomentazioni poltiche. Si sostiene l'autoproduzione per mantenere lo stupefacente al di fuori del grande mercato del narcotraffico e delle mafie, la non-nocività della cannabis, la polivalenza della canapa nell'impiego agro-alimentare ed industriale, l'utilizzo in campo medico e psicoterapeutico, nella terapia del dolore. C'è poi chi ci va meno leggero e sfila sì per la legalizzazione e per lottare contro l'attuale normativa Fini-Giovanardi ma anche per una sorta d'orgoglio tossico, canne sì ma bilancino delle nostre tante altre esperienze chimiche.
E' la resistenza psicoattiva, come recita il manifesto degli organizzatori.
Questo anno è stata più dura, il consiglio comunale ha cercato di bloccare la festa fino all'ultimo, la questura invece ha dato l'autorizzazione a sfilare, concordando il percorso che partirà da P.za Sant'Antonio attraversando tutta la città per giungere in P.za S.Paolo a Ripa d'Arno. Ed è questo che conta.
La sera poi, trasbordo all'Expò di Ospedaletto dove si consumerà il solito sbriciolamento collettivo chiamato evento serale (aka Rave).
Puntuale e necessario invece il tema tutt'altro che frivolo e di estrema urgenza della manifestazione: le ingiustificabili uccisioni nelle carceri italiane di persone inermi. Nel manifesto vengono citati Aldovrandi, Cucchi, Lonzi (capostipite di questa triste tendenza poliziesca) e altri meno noti come vittime del proibizionismo.
Peccato per la grossolona imprecisione: Aldovrandi ad esempio fu additato dal rapporto di medicina legale come un "tossico". Solo la costanza dei familiari e la battaglia che ne seguì dimostrò che Federico la sera della sua morte non era affatto "fatto".
Furono gli stessi poliziotti conniventi coi colleghi a dipingerlo come tale per giustificare le percosse per la sua "resistenza a pubblico ufficiale". In altre parole, l'abbiamo gonfiato in quattro lasciandolo mezzo morto sul marciapiede perchè era uno sporco tossico.
Fu una scusa per cercare di depotenziare le accuse contro la polizia, Aldovrandi non è stato una vittima del proibizionismo.
Senza girarci attorno, conosciamo tutti le tendenze della polizia italiana post G8. L'impunità e il clima politico del paese a permesso alle molte-troppe divise simpatizzanti il fascio di lasciarsi andare credendo di rimanere sempre e comunque impuniti.
Aldovrandi, Cucchi e gli altri sono vittime della polizia e sono morti da persone inermi, non da "consumatori".
E' un fatto che ci riguarda tutti, è incidentale che abbia riguardato persone tossicodipendenti. Se qualcuno di questi lo era è morto perchè considerato categoria indifesa e scarsamente rilevante nella piramide sociale.
Gli sbirri con il gusto della tortura lo sanno e sanno di poter contare sull'omertà dei colleghi e l'impunità della magistratura. Una volta muore un tossico, la volta dopo un migrante, l'altra un barbone.
Non è una guerra dello stato proibizionista contro i consumatori di droghe leggere o pesanti.
E' la contrazione del rispetto dei diritti umani iniziato col G8 di Genova ed arrivato a picchi vomitevoli: uccisioni nelle carceri, CIE, respingimenti, rifiuto delle cure, pestaggi arbitrari, restringimento del diritto a manifestare, scioperare, aggregarsi, dissentire.
Ecco perchè per fortuna il Canapisa sarà in strada Sabato, ed è preoccupante che a garantire l'evento sia stata la questura. Un paradosso inquietante.
Ecco perchè è disarmante scorrere nel manifesto di lancio delle blande motivazioni solo dopo la sciovinata sul sound system.
Anche a Kingston, a Tivoli Gardens, la gente si è stretta attorno ad una causa: quella del boss della droga Christopher Coke facendosi massacrare per lui. Coke, troppo potente e scomodo, attaccato dal suo ex socio in affari, il premier giamaicano.
Nella patria che ha generato un sogno ambiguo per tutti i rastaman del mondo è questa la situazione.
Sognare un ritorno a Zion, promesso dal dittatore para-fascista Hailé Salassié negli anni '30, Ras-Tafari, imperatore di Etiopia e profeta del ritorno dei neri americani in Africa, razzista al contrario coi bianchi. Usò un antico mito sincretico degli schiavi caraibici per creare un culto artificiale di metà '900, promettendo terre a tutti i neri che sarebbero tornati nella coopta Etiopia. Promessa mai mantenuta.
Il raggae pacifico di Marley e Toots come quello aggressivo e omofobo dei nostri giorni sono filosofie generate dal grande Ras etiope, criminale di guerra e sterminatore dei suoi oppositori.
Pace, amore? Una società pacifica nata attorno al consumo consapevole?
Affatto. La Giamaica è l'ennesimo paese centro americano devastato dai signori della droga, dove democrazia e diritti umani sono schiacciati dal ricatto fatto a tutti gli uomini liberi che lì abitano: o col Boss o muori. A Tivoli Gardens chi non ha sparato per Coke contro i militari che venivano a smantellare l'impero della droga è stato sventrato col machete.
In Messico, i narcos controllano il 70% del territorio di un paese con 120 milioni di abitanti. Controllano il flusso di droga e immigrati verso nord, tiene in pugno l'autorità nazionale e spesso a essa si sostituisce.
Noi qua marciamo per le canne libere, proprio mentre in Giamaica la gente che fuma si fa sbudellare per un criminale di rango internazionale.
Autoproduzione, basta alimentare il narcotraffico! Risponderanno in tanti a queste mie obiezioni.
Ma quanti di quelli che domani sfileranno non acquistano in Piazza delle Vettovaglie il fumo?
A chi pensano di mettere dei soldi in mano. Chi c'è dietro quel tunisino? Cos'altro si finanzia a parte le colture di haschish illegali in Nord Africa? (armi, ecomafia, prostituzione, traffico clandestini, traffico di minori e altro, ve lo dico io).
Insomma, fate questa conta tra di voi, e guardate quanto siete coerenti con i propositi condivisibili proclamati.
E poi, con serenità, ripensate a come comunicate questa battaglia a chi non la pensa come voi.
C'è un cortocircuito evidente e poco onesto, non basta dare la colpa allo stato repressivo che non vuole ascoltare. Guardate in casa vostra e guardate tra i consumatori che si dichiarano "consapevoli" quanti in realtà sono piegati allo sballo e al consumo spensierato della cannetta come una cicca fuori dall'ufficio.
Lo stato la mette fuori legge, noi siamo autorizzati a comprarla dove capita non è una risposta.
Guardate noi, inebetiti occidentali schiavi di qualsiasi cosa. Per i nostri vizi, quanto ancora deve pagare il sud del mondo?
Senza di noi, grandi consumatori di droghe leggere e pesanti, noi che abbiamo il portafoglio, i cartelli e le dittature del Sud del mondo non esisterebbero neanche.
Che la giornata di domani sia una riflessione sul consumo nel mondo di oggi, non solo sul consumo a prescindere dallo spazio e dal tempo.
Ps. Tijuana, per piacere cambia nome. Tijuana è tragico, orrendo, fascista. E' la zona di attraversamento del confine USA-Messico dove ogni mese perdono la vita 200 persone abbandonate dai narcos nel mezzo del deserto. E' la capitale di uno di questi cartelli paramilitari della droga messicani (insieme a Ciudad Juarez e Monterrey). Non c'è niente di ribelle, è solo una città controllata dai trafficanti di persone e droga. Che tristezza.
2 commenti:
Ciao Max, sono Manuel di Canapisa. Ho apprezzato molto questa tua lettera perchè sei stato il primo che veramente è andato a cercare delle critiche pertinenti. Su molte cose sono daccordo con te (lascia perdere Tijuana che è una città del mondo come altre che ha la sventura di essere in una linea di confine ma che non ha niente di fascista anzi per qualcuno che fugge dagli Usa, Stati della libertà e delle contraddizioni è una sorta di El dorado, a me piace pensarla così e probabilmente anche ai ragazzi di Tijuana. Poi se una volta superato il confine c'è il rischio di imbattersi in un locale notturno frequentato da motociclisti vampiri quella è un altra storia. Si chiama collettivo Tijuana ma avrebbe potuto anche chiamarsi collettivo Ventimiglia o Chiasso! E' il luogo di confine che conta. O almeno credo che sia così, non conosco il motivo del loro nome. Bienvenido a Tijuana Tequila sexo y Marijuana!).
Il fatto che i consumatori comprino in piazza piuttosto che autoprodursi è "secondo me" dovuto alla legislazione proibizionista che considera più grave l'autoproduzione che l'acquisto. Ed è questo il paradosso vero, che è lo Stato che vuole che i suoi figli finanzino le narcomafie, non son certo i Canapisesi che predicano bene e razzolano male.
Per quel che riguarda la Giamaica e la musica reggae non mi esprimo ma mi impegnerò perchè qualcuno che conosce l'argomento meglio di me ti mandi una risposta. Ma non facciamoci troppe seghe mentali, Canapisa è e rimane una manifestazione di molte individualità antiproibizioniste che cooperano per il raggiungimento di un sogno che porterebbe grandi benefici non solo ai consumatori. Il sogno si chiama fine del proibizionismo e ciò che porterebbe sarebbe la morte delle narcomafie boss Giamaicani compresi, lo svuotamento delle carceri, la fine dello stigma del tossico ecc. Spesso molte individualità che lavorano assieme creano piccole contraddizioni, sepre meno erò di quelle generate dal proibizionismo.
Ah un ultima cosa, uno che consuma sostanze non è un tossico, neanche Aldro lo era anche se stava tornando da una festa in cui si era divertito con gli amici. Il problema è che la propaganda proibizionista ha fatto passare il concetto Consumatore = Tossico. Credo che gli sbirri che lo hanno pestato non conoscessero questa "Sfumatura". Nessuno di noi credo, almano che non si sia preso un abbaglio ha mai detto che Aldrovandi era un tossico. Spero di poter continuare questo dibattito costruttivo e civile con più calma, adesso Canapisa chiama e fino a Lunedi non sarò più a casa. Un saluto antipro e spero di conoscerti. Ciao
Manuel (Un individualità di Canapisa)
il termine tossico è stato usato solo come espressione gergale nel discorso, penso sia chiaro che non avesse alcun portato di merito ne tanto meno è stato usato per puntare il dito contro. ti ringrazio del feedback perchè l'intento di questo articolo era creare un dibattito e un discorso tra chi ne fosse interessato circa un evento che riguarda tutti noi. essere tutti d'accordo o al contrario perennemente in polemica non porta da nessuna parti, discutere e confrontarsi cercando aperture e putni di vista nuovi reciprocamente è un occasione di crescita umana prima che intellettiva. a presto
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